
10) De Lubac. Lo spirito del cristianesimo.

 L'autore prende le mosse dall'attacco di Nietzsche al
cristianesimo e conduce una serrata disamina di ci che nel
cristianesimo attuale giustifica il grido di ribellione di
Nietzsche. Ne scaturisce un manifesto programmatico: riguadagnare
la forza autentica del cristianesimo nel nostro spirito, cio la
forza della carit.
H. De Lubac, Il dramma dell'umanesimo ateo.

 I sentimenti di Nietzsche su Ges sono rimasti sempre confusi. Lo
stesso si deve dire dei suoi giudizi sul cristianesimo. In esso
egli ha intravisto pi che un ideale falso, un ideale svigorito e
decaduto. Ecco, ad esempio, come egli si esprime: E' la nostra
piet, pi severa e pi raffinata, ad interdirci oggi di essere
ancora cristiani. Da questo si vede che Nietzsche l'ha con i
cristiani del nostro tempo, con noi stessi. Il suo sferzante
disprezzo ha di mira le nostre mediocrit, le nostre ipocrisie.
Esso prende di mira le nostre debolezze ammantate di bei nomi.
Ricordandoci la gioiosa e forte austerit del cristianesimo
primitivo, svergogna il nostro cristianesimo attuale, talvolta
effettivamente dolciastro e nebuloso. Gli si pu dare
completamente torto? Dobbiamo, contro di lui, prendere le difese
di tutto ci che oggi porta il nome di cristiano? Quando egli,
per esempio, esclama, parlando di noi: Bisognerebbe che essi mi
cantassero dei canti migliori, perch io imparassi a credere al
loro Salvatore! Bisognerebbe che i suoi discepoli avessero pi
aria da gente salvata!, come oseremo noi indignarci? A quanti tra
noi di fatto il cristianesimo appare come qualche cosa di grande,
qualche cosa di accrescente, al quale ci si possa dare
completamente provandone gioia ed entusiasmo? Gli infedeli che ci
stanno accanto ogni giorno osservano sulle nostre fronti
l'irraggiare di quella gioia che, venti secoli fa, rapiva gli
spiriti eletti del mondo pagano? Abbiamo noi cuori di uomini
risuscitati con il Cristo? Siamo noi in mezzo al secolo ventesimo
i testimoni delle Beatitudini? In breve, noi abbiamo riconosciuta
la bestemmia nella terribile frase di Nietzsche ed in tutto il suo
contesto: ma non ci obbliga forse essa a scoprire pure in noi ci
che ha potuto spingere Nietzsche ad una tale bestemmia?.
Questo  il tragico della situazione presente. Checch ne sia del
passato - ci si dice - il cristianesimo di oggi, il vostro
cristianesimo,  il nemico della Vita, perch esso non  pi
vivente Io vedo - diceva Giacomo Rivire, gi nel 1907, in una
lettera a Paolo Claudel - che il cristianesimo muore... Non si sa
quello che fanno ancora nel cielo delle nostre citt quelle guglie
che non rappresentano pi la preghiera di nessuno di noi. Non si
sa quello che vogliono esprimere quelle grandi costruzioni che
oggi rinchiudono stazioni ferroviarie, ospedali e dalle quali il
popolo stesso ha cacciato i monaci: non si sa ci che esprimano,
sulle nostre tombe, quelle croci di stucco appesantite goffamente
da un'arte disgustevole. Senza dubbio la risposta di Claudel a
questo grido di angoscia era buona: La verit non ha nulla a che
vedere con il numero di persone che essa persuade. Ma se proprio
quegli stessi che sono rimasti fedeli alla Verit appaiono senza
virt, cio senza forza interiore, l'abbandono degli altri non
sembrer forse giustificato? Ora, i motivi che giustificano le
accuse sono tali che spesso siamo costretti a consentirvi. Una
esperienza quasi quotidiana mostra che un certo numero dei pi
duri rimproveri che ci vengono fatti, vengono ad uno stesso tempo
e dai nostri peggiori avversari e da parte di uomini di buona
volont. Il tono, l'intenzione, l'ispirazione profonda, sono
differenti, ma i giudizi sono in fin dei conti gli stessi.
Convergenza strana, ma significativa. Tra i migliori di quelli che
noi deludiamo in questo modo, alcuni dei pi chiaroveggenti e
spirituali si trovano presi da due sentimenti opposti: li vediamo
affascinati dal Vangelo, la cui dottrina ad essi appare sempre
forte e nuova: sono attirati dalla Chiesa, in cui presentiscono
una realt sovrumana, l'unica istituzione capace di apportare,
assieme al rimedio per i nostri mali, anche la soluzione del
problema del nostro destino. Ma, arrivati sulla soglia, ecco che
si arrestano: lo spettacolo che noi offriamo loro, noi, i
cristiani di oggi, la Chiesa che noi siamo, questo spettacolo li
respinge indietro. Essi allora finiscono per pensare e per dire
che ci che oggi  rimasto dell'ideale evangelico nel mondo,
sopravvive fuori dei nostri campi. Non che essi necessariamente
ci condannino; ma piuttosto non possono prenderci sul serio. La
Storia condanna forse Romolo Augustolo per non aver questi
ripetute le gesta di Cesare o di Augusto? Essa si limita solo a
constatare che in questo ultimo erede dell'Impero di Roma, la
linfa era esaurita... Cos avviene di noi e della Chiesa che noi
rappresentiamo, agli occhi di un certo numero di contemporanei: il
loro sentimento  fatto di un insieme di ammirazione e di
disprezzo.
Da qui la tentazione che oggi minaccia molti tra noi. Mentre la
grande massa continua ad appesantirsi, facendo ogni giorno pi
bestemmiare il Salvatore, a cui esternamente dice di appartenere,
comprendendolo di fatto sempre meno, mentre gli ambienti devoti,
gli ambienti edificanti, spesso dnno prova di una s mediocre
qualit di cultura e di vita spirituale, ci sono nella Chiesa
degli uomini che vedono, che riflettono. Ci sono poi dei cristiani
che si rifiutano di proteggere la loro fede dietro un baluardo di
illusioni. Si - essi dicono - sono cose troppo vere. Preso nel
suo insieme, il nostro cristianesimo  diventato insipido,
nonostante tanti sforzi meravigliosi per restituirgli vita e
freschezza, esso  snervato, sclerotizzato. Cade nel formalismo e
nell'abitudine. Cos come noi lo pratichiamo, come anzitutto lo
pensiamo,  una religione debole, inefficace: religione di
cerimonie e di devozioni, di ornamenti e di consolazioni volgari,
talvolta perfino senza sincerit, senza presa reale sull'attivit
umana. Religione che sta fuori della vita, e che mette noi stessi
fuori di essa. Ecco ci che  diventato nelle nostre mani il
Vangelo: ecco come  finita questa immensa speranza che si era
levata sul mondo. Vi si pu ancora riconoscere il soffio di quello
Spirito divino che doveva rinnovare tutte le cose, dare un nuovo
volto a tutta la terra? Molti tra noi non fanno forse oggi
professione di cattolicesimo per le stesse ragioni di conforto
interiore, di conformismo sociale che venti secoli fa avrebbero
loro fatto respingere la inquietante novit della Buona Novella? E
che dire poi di quell'alternativa, anzi di quel miscuglio di
politica e di devozione, in cui la religione a mala pena pu
trovarsi un posto? Il male bench di diversa natura,  grave per i
pi praticanti quanto per i mondani. E gli stessi virtuosi non
ne sono i meno intaccati. L'insofferenza ad ogni critica,
l'impotenza ad ogni riforma, la paura della intelligenza non ne
sono forse segni evidenti? Cristianesimo clericale, cristianesimo
formalista, cristianesimo spento e indurito?... La grande corrente
della Vita, che mai si arresta, pare l'abbia deposto, da qualche
tempo, sulla riva.
Ma  a questo punto della loro riflessione, in cui la lucidit
coraggiosa incomincia a mutarsi in deformazione satirica, che la
tentazione si insinua. Tentazione di guardare torto, come
dicevano un tempo i profeti, verso un nuovo paganesimo, per
rapirgli qualche cosa di quella vita di cui appare aureolato.
Insensibilmente i rimproveri fatti al nostro cristianesimo, si
trasformano in critiche al cristianesimo stesso. Dopo di aver
denunciato il modo negativo con cui pratichiamo spesso le virt
cristiane, si giunge a porre in istato di accusa le virt
negative stesse che fanno il cristiano. La satira del falso
cristiano, il quale non essendo n dalla natura n dalla grazia,
 un essere minorato, finisce per toccare la satira nietzschiana
del cristiano autentico, affetto da emiplegia. In nome della
sanit morale, dell'eroismo, o della virilit, si finisce per
accusare la Croce stessa, per respingere la figura del
Crocifisso. Ci sono delle strane consonanze tra le parole che si
raccolgono sulle labbra di certi giovani cristiani nei momenti di
confidenze dolorose o sfuggite loro bruscamente e le caricature
che sono messe in mostra, per esempio, in un'opera come il Libro
dei Vivi e dei Morti. Alla fine, pu essere ancora l'apostasia. I
casi non sono inauditi. Essi manifestano allo stato forte una
disposizione che  gi largamente diffusa allo stato debole.
A nulla gioverebbe chiudere gli occhi sulle cause di un cos
profondo malessere. Non ci si deve neppure rifiutare di vedere il
bene che c' nell'avversario: non  bene infatti irrigidirsi sui
propri deficitato Un tale atteggiamento, dell'intrepidit della
fede non ha che le apparenze. L'anima fedele  sempre un'anima
aperta. Ma, d'altra parte, sarebbe non meno fatale perdere, sia
pure in minima parte, la confidenza nelle risorse della nostra
eredit cristiana, per andare alla ricerca di un rimedio
esteriore. Se noi vogliamo ritrovare un cristianesimo forte, quel
cristianesimo elettrizzante di cui si  parlato cos bene, la
nostra prima preoccupazione deve essere di non lasciarlo piegare,
come oggi  minacciato, nel senso di un cristianesimo di forza.
Altrimenti la guarigione non sarebbe che un peggioramento del
male. Se la ricerca di un cristianesimo di forza non fosse un
tradimento, sarebbe per lo meno una reazione della debolezza.
In questo caso  chiaro infatti che, volendo restare nonostante
tutto cristiani, non si potr avere come modello che una pallida
imitazione dell'ideale di Forza che si avanza da trionfatore. E
cos si sar due volte vinti in antecedenza. Invece di
rivalorizzare il cristianesimo come ci si proponeva, snaturandolo
lo si sar indebolito. Qui si tratta di ben altra cosa. Si tratta
di ridare al cristianesimo la sua forza in noi: questo anzitutto
significa che si deve ritrovarlo tale quale  in se stesso, nella
sua purit, nella sua autenticit. In fin dei conti quello di cui
abbiamo bisogno non  neppure un cristianesimo pi virile, pi
energico, o pi eroico o pi forte: invece abbiamo bisogno di
vivere il nostro cristianesimo pi virilmente, pi efficacemente,
pi fortemente, pi eroicamente se  necessario, ma di viverlo
cos come . Non c' nulla da cambiare, nulla da correggere, da
aggiungere (questo per non vuol dire che non si debba
approfondirlo senza posa); nulla c' da adattare alla moda
corrente. Bisogna riportarlo a se stesso, nelle nostre anime.
Ancora una volta si vede che si tratta di una questione spirituale
e che la soluzione  sempre la stessa: dobbiamo ritrovare lo
spirito del cristianesimo, nella misura in cui l'abbiamo lasciato
perdere. Per questo, noi dobbiamo ritemprarci alle sue sorgenti,
ed anzitutto nel Vangelo. Cos come la Chiesa continuamente ce lo
presenta, questo Vangelo ci basta. Solo che, sempre nuovo, esso
deve essere sempre ritrovato. I migliori tra quelli che ci
criticano, sanno qualche volta apprezzarlo meglio di noi. Essi non
gli rimproverano le sue pretese debolezze; rimproverano a noi di
non sapere sfruttare abbastanza la sua forza. Sapremo noi
comprendere la lezione?.
Signore, se il mondo  sedotto da tanti fascini, se oggi esso
conosce un cos disonorevole ritorno del paganesimo,  perch noi
abbiamo lasciato andare a male il sale della vostra dottrina.
Signore, oggi come ieri, come in ogni tempo, non c' salvezza che
in Voi - e chi siamo noi che oseremo discutere e rivedere i vostri
insegnamenti? - Signore, preservateci da un tale inganno, ridateci
se ce n' bisogno, non solo una fede sottomessa, ma la stima
ardente e concreta del vostro Vangelo.
Il cristianesimo, se noi andiamo diritti all'essenziale,  la
religione dell'amore. Dio  Amore, dice l'Apostolo Giovanni, e
chi resta nell'amore, resta in Dio e Dio resta in lui. Ogni
migliore presa di coscienza della nostra fede, deve farcelo
comprendere meglio. Certamente noi non dobbiamo disconoscere
nessuna delle condizioni di questo amore e dei suoi fondamenti
naturali, in particolare della giustizia senza della quale non c'
vero amore, di quella giustizia che oggi non viene men derisa che
l'amore stesso: dobbiamo diffidare di tutte le sue contraffazioni,
siano esse grossolane o sottili (oggi cos numerose), o delle
ricette troppo facili per ottenerlo. Ma alla fine dei conti, tutto
 per lui, poich  l'assoluto a cui tutto deve essere ordinato,
in rapporto al quale tutto deve essere giudicato. Ora, talvolta
con assalti violenti, qualche altra volta attraverso mille vie pi
sottili, oggi si cerca di rapirgli questo primato. Il prestigio
della Forza si insinua perfino in cuori cristiani, e ne caccia o
almeno vi diminuisce la stima dell'Amore. Contro questi assalti,
lo Spirito Santo ci comunichi il dono della Forza. Ma contro gli
attacchi pi insidiosi, che ci comunichi anche il dono della
Sapienza per farci comprendere in che cosa consiste la Forza
cristiana. Questa non  da mettersi accanto o di fronte all'Amore,
come un antagonista: essa deve essere coltivata al suo servizio.
Nello stato attuale del mondo, un cristianesimo virile e forte,
deve giungere al punto di essere un cristianesimo eroico. Ma
questo epiteto  una qualifica, non una definizione, in questo
caso sarebbe una falsificazione. Soprattutto questo eroismo non
consister nel parlare sempre di eroismo e delirare sulla virt
della forza - ci che dimostrerebbe forse che si subisce
l'ascendente di uno pi forte e che si  incominciato a cedere.
Esso consister anzitutto nel resistere con coraggio, in faccia al
mondo, e forse contro se stessi, alle attrattive e seduzioni di un
falso ideale, per mantenere fieramente nella loro paradossale
intransigenza i valori cristiani minacciati e derisi. Resistere
con una fierezza umile, poich se il cristianesimo pu e deve
assumere le virt del paganesimo antico, il cristiano che vuole
restare fedele non pu e non deve che respingere con un  no 
categorico un neo-paganesimo che si  costituito contro il Cristo.
La dolcezza, la bont, la delicatezza verso i piccoli, la piet -
s, la piet - verso quelli che soffrono, il rifiuto dei mezzi
perversi, la difesa degli oppressi, la oscura dedizione, la
resistenza alla menzogna, il coraggio di chiamare il male con il
suo nome, l'amore della giustizia, lo spirito di pace e di
concordia, l'apertura d'animo, il pensiero del cielo... ecco ci
che sar salvato dall'eroismo cristiano, il quale far veder che
tutta questa morale di schiavi  una morale di uomini liberi, e
che solo essa pu fare l'uomo libero.
Non  mai stato promesso ai cristiani che sarebbero stati sempre i
pi numerosi. (Piuttosto  stato loro annunciato il contrario).
Neppure che essi sarebbero apparsi sempre i pi forti, n che gli
uomini mai sarebbero stati conquistati da altro ideale che il
loro. Ma in ogni caso il cristianesimo non avr mai reale
efficacia, non avr mai esistenza reale, e non riuscir mai a fare
delle reali conquiste che colla forza del suo proprio spirito: con
la forza della carit.
H. De Lubac, Il dramma dell'umanesimo ateo, Morcelliana, Brescia,
1978, pagine 100-105.
